2026. 03. 06.
Dove abita la Guerra?
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Dove abita la Guerra?

Non so se sapete che quest’anno la Quaresima e il Ramadan cadono nello stesso mese, praticamente coincidono. Io, quando sono venuta a saperlo, ho sentito caricarsi dentro di me energia, positività, fiducia nel futuro. Come se due modi diversi di ragionare e, in questo caso, nature spirituali differenti, si incontrassero, si toccassero, stavolta a livello quasi tangibile, concreto. Un evento che dovrebbe portare la pace o, almeno, portarci un passo più vicino alla risoluzione, a un mondo in cui possiamo vivere in pace.

Ma dove finisce la pace e dove comincia la guerra?

È una domanda che di recente mi sono posta abbastanza frequentemente. Quest'anno, a un convegno del Movimento Empatico (o Empatismo), al Caffè letterario Giubbe Rosse a Firenze, ho sentito parlare la psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi, che ha detto una cosa che porto ancora con me, anche perché faceva tanto eco con le mie considerazioni.

Lei ha detto che per poter essere empatici dobbiamo amare noi stessi. In che senso?, potremmo chiederci giustamente.

E l’ha spiegato: per poter amare noi stessi dobbiamo conoscerci. Dobbiamo mettere tanta energia nel conoscere noi stessi. Le nostre caratteristiche, le nostre ferite, il modo in cui reagiamo; dobbiamo riconoscere i nostri sentimenti, i nostri pregi, i nostri lati oscuri, i nostri bisogni. Tutto. Dopodiché, dobbiamo volerci bene per quello che siamo.

E cosa c’entra questo con l’altro? 

Il nesso è che conoscendo noi stessi possiamo avere ben presente dove finiamo noi e dove comincia l’altro.

Avremmo un’idea più chiara del confine, anche se essa tende a non essere del tutto precisa, per la natura delle cose del mondo. Però, come ha affermato Maria Rita Parsi al convegno, quando attacchiamo il nostro prossimo, quando assumiamo comportamenti più o meno aggressivi e/o offensivi, in realtà nella maggior parte dei casi combattiamo con le nostre proiezioni, che sono i riflessi della nostra interiorità; combattiamo con i fantasmi della nostra anima, e non con l'altra persona.

E di certo non combattiamo per la verità della realtà in questione né per quella dell’altra persona. Ma contro false immagini generate dalla nostra interiorità.

Tuttavia, la verità - come lo psicologo e psicoterapeuta Michele Mezzanotte afferma - tramette sempre. Provocando ulteriori disagi, aggiungo io.

Soltanto se conosciamo noi stessi, o almeno cerchiamo di farlo, possiamo tentare con maggior successo di distinguere fra l'io e l’altro. I confini giusti e sani si presentano automaticamente. E quando conosciamo i confini, capiamo che le difficoltà, il dolore, o qualsiasi sentimento dell'altro, un suo sbaglio, una sua mancanza, non sono i nostri - poiché ormai conosciamo molto bene i nostri -, e i suoi successi non dovrebbero mettere in pericolo il nostro senso di successo e la nostra autostima; o almeno non dovrebbero farlo, se impariamo a gestire meglio la nostra interiorità, anche come società. 

Soltanto in questo preciso momento abbiamo la possibilità di metterci nei panni dell'altro e rivolgerci a lui o a lei con empatia, con comprensione. 

E con l'empatia e la comprensione può nascere una vera collaborazione. Può nascere e persistere la pace. 

Ma ci vuole consapevolezza.

Michele Mezzanotte ha condiviso alcune sue riflessioni dal punto di vista psicologico, sostenendo tra l’altro che la guerra è una psicosi collettiva della società.

Sì. E ovviamente, come tutti gli eventi del mondo, la questione è abbastanza complessa. Ci sono tante dinamiche e considerazioni, dietro una guerra. Però una cosa possiamo constatarla, dopo questa riflessione, rispondendo al titolo di questo post: la guerra abita in noi.

In ognuno di noi.

Una delle mie migliori amiche d’infanzia vive in Arabia Saudita; un’altra carissima amica, con cui ho anche lavorato per un periodo della mia vita, vive in Iran. Ho un’amica ucraina, la cui famiglia vive ancora nel paese d'origine. Quando è scoppiata la guerra tra la Russia e l’Ucraina, un mio carissimo amico si trovava in Russia con una borsa di studio e ha dovuto lasciare tutto lì per tornare velocemente in Ungheria. E ho seguito il suo viaggio di ritorno con ansia, perché non sapevamo cosa aspettarci e se sarebbe riuscito a tornare. 

Il mondo è diventato piccolo e tutto ci riguarda da vicino, perciò dobbiamo iniziare a riflettere su molte questioni con una prospettiva globale.

Oggi siamo meno che mai un insieme di Paesi dai confini e dagli interessi nettamente separati. Oggi più che mai siamo una comunità composta da culture diverse, ognuna portatrice della propria visione e del proprio approccio al mondo, e possiamo arricchirci reciprocamente attraverso queste differenze. Allo stesso tempo, certo, siamo anche unità economiche in larga parte autonome.

Le distanze, però, sono diventate sempre meno significative, sia a livello fisico sia a livello digitale. Abbiamo parenti, amici e conoscenti sparsi nel mondo a cui pensiamo con affetto e benevolenza, persone con cui abbiamo condiviso un tratto della nostra vita.

Per questo è arrivato il momento di riflettere sui compiti che ci attendono come umanità e sulle sfide che ci troviamo ad affrontare su scala globale, preservando allo stesso tempo le nostre molteplici diversità, che rappresentano una ricchezza.

L’immagine di copertina del post l’ho scelta con intenzione. Non possiamo mai sapere come si sente l’altra persona quando la feriamo. Le ferite che causiamo possono portare, direttamente o attraverso una sequenza di eventi, al risultato che l’immagine mostra, come purtroppo possiamo constatare fin troppo spesso oggigiorno.

Per poter riflettere insieme su come possiamo iniziare a lavorare su noi stessi individualmente, ma anche in gruppo, qua sotto condivido di nuovo un post di due anni fa che parlava dei giochi psicologici che tutti noi applichiamo nella vita, e che possono manifestarsi praticamente in tutti gli ambiti della nostra esistenza, ostacolando però la piena autenticità del vivere:

https://maar-irisz-szamit-e.prae.hu/11243-i-nostri-giochi-quotidiani/ 

 

Irisz Maar

 

Immagine: Esplosione nucleare, 1953, Nevada Test Site

 

Irisz Maar © marzo 2026

Revisione e correzione: Anna Cavallini

 

 

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Design del logo © Orsolya Bagi in collaborazione con Irisz Maar, 2024-2026

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