Questa settimana ho tradotto una delle poesie più importanti di Miklós Radnóti, che si intitola Marcia forzata. Parliamo della sua penultima poesia, scritta nel 1944, probabilmente durante la marcia forzata dal lager di Bor verso Győr. Il poeta perse la vita durante questa marcia. Il suo corpo fu trovato in una fossa comune, e le sue ultime poesie vennero trovate nelle sue tasche.
Come vedete, la poesia è divisa fisicamente in due parti. Questo è dovuto prima di tutto al fatto che la poesia ungherese è stata scritta in verso alessandrino-nibelungico, di cui una delle caratteristiche, in certi casi, è anche questa divisione fisica. Questo tipo di verso segue un ritmo preciso che sarebbe difficile trasmettere anche in italiano non modificando i significati preziosissimi, e non forzando il ritmo del pensiero. Ho già scritto delle scelte difficili durante la traduzione letteraria. Il post lo potete consultare qui.
Lo spazio vuoto è fondamentale in questa poesia, perché racchiude dei significati importantissimi. Possiamo vederlo come una strada. La strada della marcia forzata, con qualche curva stretta, brusca. Oppure la strada che riporta alla moglie, Fanni, e alla vita di una volta. Possiamo vederlo come una fossa, la fossa in cui cadono i corpi delle vittime, e da dove il poeta cerca ancora di rialzarsi. Una fossa, una specie di divisorio, che separa due concetti, oppure due parti dello stesso concetto, della stessa frase, mentre questo divisorio può anche rappresentare la distanza, la separazione, l'ostacolo fra Fanni, la loro vita e la pace, e il poeta. Oppure arrivare alla seconda parte, quindi superando la fossa, significa che siamo ancora riusciti a scavalcarla, o siamo riusciti a rialzarci insieme al poeta ogni volta che inizia la seconda parte del verso.
Chiudiamo questo post con la foto del manoscritto trovato nelle tasche del poeta:
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Irisz Maar © gennaio 2025
Revisione e correzione: Anna Cavallini