2025. 01. 20.
Miklós Radnóti: Marcia forzata
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Miklós Radnóti: Marcia forzata

 

 

 

 

 

 

 

 

Miklós Radnóti

 

Marcia forzata

 

 
È pazzo chi stramazzando a terra          si tira su e procede,
e come un dolore ramingo,          muove ginocchia e caviglie,
eppure come sollevato da ali          prende di nuovo il via,
invano la fossa lo chiama,          tanto lui non ha il coraggio di rimanere,
e se gli chiedi il perché,          magari ti risponde ancora
che la moglie lo aspetta,          e anche una morte più saggia, più bella.
Invece è pazzo il poveretto,          perché laggiù sopra le case
da tanto tempo gira soltanto          un vento arsiccio,
il muro della casa giace a rovescio,          l'albero di prugno si è spezzato
e il terrore rende lanosa la notte           in terra natia.
Oh, se potessi credere           che non porto soltanto nel mio cuore
tutto ciò che vale ancora,          ed esiste ancora una casa dove tornare;
se ci fosse ancora! e come una volta          sulla vecchia veranda fresca,
mentre la marmellata di prugna si fredda,          si sentirebbe il ronzio delle api della pace,
un silenzio di fine estate prenderebbe il sole        sui cortili assonnati
e i frutti dondolerebbero nudi           fra le chiome,
e mi aspetterebbe Fanni, bionda,          davanti alla siepe rossa,
e la mattina lenta comporrebbe          ombre con lentezza -
ma forse può ancora succedere!          la luna oggi è così tonda!
Amico mio, non andare avanti,          sgridami! e mi rialzo!
 
Bor, 15 settembre 1944

 

Traduzione: Irisz Maar
Comparazione con l'originale, revisione e correzione: Anna Cavallini
Irisz Maar, Anna Cavallini © 13 gennaio - 17 gennaio 2025

 

Questa settimana ho tradotto una delle poesie più importanti di Miklós Radnóti, che si intitola Marcia forzata. Parliamo della sua penultima poesia, scritta nel 1944, probabilmente durante la marcia forzata dal lager di Bor verso Győr. Il poeta perse la vita durante questa marcia. Il suo corpo fu trovato in una fossa comune, e le sue ultime poesie vennero trovate nelle sue tasche.

Come vedete, la poesia è divisa fisicamente in due parti. Questo è dovuto prima di tutto al fatto che la poesia ungherese è stata scritta in verso alessandrino-nibelungico, di cui una delle caratteristiche, in certi casi, è anche questa divisione fisica. Questo tipo di verso segue un ritmo preciso che sarebbe difficile trasmettere anche in italiano non modificando i significati preziosissimi, e non forzando il ritmo del pensiero. Ho già scritto delle scelte difficili durante la traduzione letteraria. Il post lo potete consultare qui.

Lo spazio vuoto è fondamentale in questa poesia, perché racchiude dei significati importantissimi. Possiamo vederlo come una strada. La strada della marcia forzata, con qualche curva stretta, brusca. Oppure la strada che riporta alla moglie, Fanni, e alla vita di una volta. Possiamo vederlo come una fossa, la fossa in cui cadono i corpi delle vittime, e da dove il poeta cerca ancora di rialzarsi. Una fossa, una specie di divisorio, che separa due concetti, oppure due parti dello stesso concetto, della stessa frase, mentre questo divisorio può anche rappresentare la distanza, la separazione, l'ostacolo fra Fanni, la loro vita e la pace, e il poeta. Oppure arrivare alla seconda parte, quindi superando la fossa, significa che siamo ancora riusciti a scavalcarla, o siamo riusciti a rialzarci insieme al poeta ogni volta che inizia la seconda parte del verso.

Chiudiamo questo post con la foto del manoscritto trovato nelle tasche del poeta:

 

Eroltetett menet

 

Foto: manoscritto di Marcia forzata di Miklós Radnóti, <Fonte>, 17/01/2025.

 

 

Irisz Maar © gennaio 2025

Revisione e correzione: Anna Cavallini

 

 

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Design del logo © Orsolya Bagi in collaborazione con Irisz Maar, 2024

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