Questa settimana vorrei parlare del sonetto So am I as the rich (Sonnet LII) / Così sono come il ricco (Sonetto LII) di William Shakespeare, e nel farlo vorrei avvicinarmi alle questioni difficili della traduzione letteraria. Vorrei mostrarvi alcune versioni della traduzione italiana del sonetto, e infine una traduzione in particolare che a mio parere riesce a trasmettere meglio tutto quello che l'originale rappresenta, anche se non segue il testo inglese letteralmente. Dopo condivido con voi anche la versione attuale della mia traduzione, che è ancora in evoluzione perché l'ho iniziata proprio l'altro ieri.
Prima di tutto metto qua la poesia originale, così potete paragonarla con le traduzioni:
William Shakespeare
So am I as the rich (Sonnet 52)
So am I as the rich, whose blessed key
Can bring him to his sweet up-locked treasure,
The which he will not every hour survey,
For blunting the fine point of seldom pleasure.
Therefore are feasts so solemn and so rare,
Since, seldom coming, in the long year set
Like stones of worth they thinly placed are,
Or captain jewels in the carcanet.
So is the time that keeps you as my chest,
Or as the wardrobe which the robe doth hide,
To make some special instant special blest,
By new unfolding his imprison'd pride.
Blessed are you, whose worthiness gives scope,
Being had, to triumph, being lack'd to hope. [1]
Sappiamo bene che è impossibile trasmettere tutto di una poesia o di un testo in un'altra lingua, perché ogni lingua ha la sua logica, il suo modo di ragionare e di avvicinarsi al mondo, cioè ha i propri concetti, che sta usando mentre prova a capire la vita, quindi tutto ciò che siamo e che ci circonda. Perciò ognuna di loro usa molto spesso, se non nella maggior parte delle volte, concetti ben diversi da quelli di un'altra lingua.
Per questo una "traduzione a specchio" di una parola non ci porta da nessuna parte, perché può succedere che ci allontana dal reale significato. Anche perché ogni parola e ogni concetto si colloca in modo abbastanza preciso in ogni lingua, nel contesto culturale, e nella sua storia. Per esempio una parola può risultare anticheggiante in una lingua, mentre nell'altra suonare molto moderna. Nelle traduzioni italiane dei sonetti di Shakespeare incontro molto spesso questa problematica: i traduttori usano espressioni che possono risultare troppo moderne per le nostre orecchie. O meglio, sono ormai cariche di significati della nostra cultura contemporanea, della nostra vita quotidiana, e le usiamo così spesso in questi contesti, che, in questo modo, in un certo senso, si svuotano per noi, oppure subito ci fanno venire in mente certi concetti che sono ben lontani dai significati del testo originale.
Anche i tempi che una lingua usa possono essere molto più distinti e complessi di quelli di un'altra lingua, perciò i significati trasmessi tramite un tempo grammaticale potrebbero risultare impossibili da tradurre nella lingua di destinazione, tutto questo per elencare soltanto alcuni esempi di un discorso molto complesso e raffinato. Inoltre nei testi ci sono altri due aspetti molto importanti che possono causare difficoltà ai traduttori, aspetti che io trovo fondamentali, perché trasmettono l'essenza sia dell'autore che dell'opera. È stato questo l'oggetto della mia ricerca sulla traduzione letteraria. Si tratta del ritmo del pensiero del testo, e il ritmo, chiamiamolo così, materiale del testo, e cioè il ritmo musicale, le rime, le allitterazioni, le assonanze e le dissonanze, e così via. Questi due in realtà sono interconnessi. Quest'ultimo può risultare l'aspetto più difficoltoso da tradurre.
La traduzione è una continua negoziazione, come la chiama Jacques Derrida. Mentre traduciamo, stiamo negoziando tutto ciò. Quale significato tenere, quale significato può essere sacrificato? Perché con ogni parola di un testo siamo di fronte a un'enorme complessità di significati, e occorre dedicare tanto tempo per provare a dischiudere tutto ciò il più possibile, prima di iniziare la traduzione.
Come possiamo avvicinarci il più possibile al vero senso, ai veri significati del testo originale? Magari qualcosa dovremo esprimerlo con un concetto del tutto diverso da quello che appare nella lingua di partenza, perché nella lingua di destinazione si capirà meglio in questo modo, oppure perché uno dei significati, magari quello dominante, o di fondamentale importanza, si riesce ad esprimere nella lingua di destinazione in quel modo, con quel concetto, anche se apparentemente ci potrebbe risultare troppo estraneo da quello originale. Credo che l'ultima traduzione che condividerò con voi sia un esempio eccellente di questo fatto, e riesca a trasmettere al meglio, anche se cambiando certe metafore, il mondo del testo originale.
Negoziazione anche perché dovendo scegliere concetti nuovi, aggiungiamo e creiamo inevitabilmente nuovi significati che nel testo originale non ci sono, e in cambio dobbiamo abbandonarne altri, rinunciare a loro, e valutare continuamente quali significati tralasciare, e cosa otteniamo con quelli nuovi, e questo è del tutto naturale. In un certo senso ogni traduzione è una nuova poesia.
Ci sono scuole di pensiero che ritengono che per trasmettere il più possibile i significati che emergono nei testi originali dobbiamo sacrificare il ritmo del testo, e le rime, se è necessario, e a volte è davvero così. Va valutato singolarmente cosa possiamo tenere, trasmettere, e cosa tralasciare. Sulla scia di questo approccio sono nate traduzioni di poesie che sono diventate praticamente testi prosaici. Esiste una traduzione del genere anche di questo sonetto, anche se, in realtà, certi concetti anche in questa versione sono stati cambiati.
Sonetto 52
Io sono come il ricco che, con la sua benedetta chiave, può
aprirsi innanzi il suo dolce, rinserrato tesoro, che egli però non
desidera rimirare ad ogni istante, onde non ottundere al pia-
cere, raramente gustato, la sua fine punta.
Per questo sono i giorni di festa tanto solenni e pregiati,
ché ricorrendo di rado, nella lunga serie dei giorni dell'anno,
sono posti a lunghi intervalli a mo' di pietre di valore o gem-
me di pregio di una collana.
E così il tempo che mi tiene lontano da voi è come il mio
scrigno, o come un forziere che nasconde gli abiti e che farà
specialmente solenne qualche speciale istante, schiudendo di
nuovo il tesoro in esso celato.
Beato voi il cui valore è tale che, quando vi si possiede, si
esulta; quando siete assente, si spera. [2]
Io, fondamentalmente, non concordo con tutto ciò, perché, come ho accennato prima, il ritmo del pensiero e quello materiale di un testo - che sono in realtà interconnessi, come ho affermato prima - trasmettono in qualche modo l'essenza del testo, dell'autore e del genio dell'autore, e spesso veicolano un significato fondamentale. È la magia di un testo questo significato che sboccia nei ritmi, perché rimarrà per sempre intraducibile a parole, sarà palpabile fino a un certo punto, e riusciamo a farlo soltanto con i nostri sensi: sarà un'esperienza sensoriale, fugge e svanisce nel mistero di questo mondo. E per questo vale la pena tentare di tradurlo. Certo, continuando a negoziare. Perché anche le traduzioni che cercano di trasmettere il ritmo e le immagini di un testo ad ogni costo, in un modo rigido e incontestabile, spesso fanno perdere il vero significato dei testi originali, e rendendo le traduzioni vuote, prive di vitalità, spesso compromettendo anche la loro originalità. C'è il rischio che queste traduzioni diventino castelli ben costruiti nella forma, ma senza contenuto, mentre l'originale è esattamente il contrario di questo.
Ecco alcune versioni che tentano di trasmettere sia il ritmo che il contenuto.
Sonetto 52
Io sono come il ricco la cui chiave
gli dà accesso al tesoro rinserrato
che di rado si reca a controllare
per non smussare quel piacere raro.
Infrequenti e solenni son le feste:
ricorrono sporadiche nell'anno
come pietre preziose distanziate
o le gemme più ricche di un monile.
Il tempo che ti serra è il mio forziere,
l'armadio in cui sta chiusa quella veste
il cui splendore sarà dispiegato
per rendere speciale un'occasione.
Benedetto sei tu, che ad esultare
induci, se ci sei; se no, a sperare. [3]
Quest'ultima versione della traduzione che condivido con voi l'ho trovata in rete, e non riesco a scoprirne il traduttore, perciò per il momento lo chiamerò Anonimo, finché non lo trovo. Tanto tempo fa ho scritto anche al proprietario del blog per indagare l'identità di questo traduttore, ma non mi ha risposto. Può essere che non si connetta più alla sua pagina o abbia addirittura smesso di condividere contenuti. Intanto mi recherò in biblioteca per continuare la mia ricerca. Volevo scrivere di questa poesia solo dopo aver verificato l'identità di questo traduttore, ma questa settimana sento tanto di voler condividere proprio questa poesia, perché parla di me, e in particolar modo ultimamente sento di parlare io attraverso di essa.
Sonetto LII
Il ricco io sono, cui beata chiave
condurre può al suo dolce tesoro;
ma d'aprirlo sovente egli si guarda,
chè piacere sottil raro si sfiora.
Così sacre e solenni son le feste
che rare stellano il giro dell'anno,
quasi pietre discoste in un diadema
o le gemme che raggiano più alte.
Per me lo scrigno è il tempo che ti chiude,
guardaroba che ricca veste celi
a far più lieta un'ora non comune
disserrando i suoi fasti prigionieri.
Tanto vali, che sempre puoi donare:
se vieni, gioia; speranza, se manchi. [4]
Trovo questa traduzione eccezionale, perché, come ho affermato prima, non segue alla lettera l'originale, e certe metafore e paragoni li modifica o addirittura sostituisce con altri, ma con soluzioni che trovo brillanti come quelle originali, e trovo che magari riesca a trasmettere l'intento del testo in inglese più di quelle traduzioni che insistono sulle immagini originali. Sta negoziando con i significati a favore del ritmo, ma più che altro al ritmo geniale che descrive, fa esaltare, evidenzia e sottolinea il genio dell'autore e l'essenza delle sue opere, che incorpora i significati e il significato del ritmo materiale e del ritmo del pensiero in un tutt'uno. In più, riesce a trasmettere una qualità che appartiene agli scrittori e ai poeti più eccezionali, e di cui ho già parlato per quanto riguarda Attila Jozsef. Leggendo le loro poesie possiamo avere la sensazione che siano riusciti, tramite le loro opere, a trovare la voce che riesca a esprimersi, che ci avvicina a una verità della vita che non sarebbe potuta essere espressa diversamente, e i due tipi di ritmi fanno parte di questa esperienza. Si tratta dell'esperienza che nella storia dell'arte, ma anche delle scienze in realtà, si chiama "Eureka!". Ho trovato quello che cerco da sempre, una verità. Ho trovato l'espressione di quello che so da sempre, ma che non riesco mai a dire. Qualcuno finalmente ha dato forma al mio pensiero, ai miei sentimenti, a quello che vedo intorno a me. E lì, in questa esperienza, ci sono io. Le opere attribuite a William Shakespeare sono così.
Ho tentato di tradurre questo sonetto anch'io, ma l'ho cominciato l'altro ieri, quindi si trova ancora in una fase di evoluzione. Non è la versione finale. Ci stiamo ancora lavorando con Anna, comunque condivido con voi l'attuale versione:
Così sono come il ricco... (Sonetto LII)
Così sono come il ricco, la cui beata chiave
conduce al suo dolce tesoro, ben chiuso,
il quale egli ogni giorno non scruta,
per non smussare la punta acuta del raro piacere.
Per ciò son così rare e solenni le feste,
poiché di rado vengono nel giro dell'anno,
son poste quasi come pietre preziose,
o gemme che il monile ornano.
Così il tempo è il mio forziere che ti custodisce,
o il guardaroba che la veste celi,
a rendere ancora più prezioso l'istante non comune,
poiché dischiude, come nuovi, i fausti prigionieri.
Beato sei tu, il cui valore dà scopo,
gioia, quando vieni, quando manchi, desiderio.
Esistono tante traduzioni dei sonetti di William Shakespeare, per esempio quelle di Giuseppe Ungaretti o Alessandro Serpieri, ma anche tante altre. Vale la pena cercarle e immergervisi. E ovviamente, leggere i sonetti nella lingua originale è un'esperienza incantevole.
Irisz Maar © settembre 2024
Revisione e correzione: Anna Cavallini