Anna Szabó T., una poetessa ungherese contemporanea, ha espresso in un’intervista che si sentiva sempre emozionata e trattenuta nei confronti di Ádám Nádasdy, poeta, studioso e traduttore ungherese, come me; oppure è meglio se lo formulo così: faccio anch’io la traduttrice, come lui. Per la sua grandiosità, appunto, come studioso e traduttore, e come poeta, nonché - stando alle testimonianze - come persona. E per quello che ci riguarda da vicino, ha ritradotto la Divina Commedia, in base a quanto ha affermato, cercando di capire il più a fondo possibile il testo e di trasmetterlo al meglio in ungherese. Cosa che è anche la mia aspirazione, ogni volta che mi avvicino a un testo.
Lo ha fatto per renderlo comprensibile e accessibile ai lettori ungheresi di oggi.
Quello che voglio raccontarvi è che anch’io ho provato lo stesso nei suoi confronti, quindi capisco benissimo i sentimenti e i comportamenti della poestessa: capisco anche perché si tratteneva. Ma domenica scorsa - che coincideva con la Domenica delle Palme, e con il giorno in cui ho pubblicato la poesia La morte del saggio, senza sapere ancora di questa cosa - lui è venuto a mancare. Un giorno bellissimo per questo passaggio.
E sto scrivendo e pubblicando questo necrologio su La Bussola nel giorno della Resurrezione.
In un'intervista Ádám Nádasdy aveva dichiarato che ha ritradotto l'opera di Dante perché la bellissima traduzione di Mihály Babits (che risale all'inizio del Novecento, e per noi ungheresi è La Traduzione della Divina Commedia) vuole accentuare la distanza fra il Medioevo e il presente, mentre Dante ha scritto la sua opera nel linguaggio che usava il popolo, perciò voleva che il testo fosse accessibile a un pubblico vasto. Esistono diverse scuole per quanto riguarda la traduzione letteraria, e di cui abbiamo già parlato due anni fa, quando vi ho riportato più versioni della traduzione di un sonetto di Shakespeare, quindi in questo momento non mi voglio soffermare sulla questione dei diversi approcci alla traduzione.
Lavoro da anni sulla traduzione di una delle sue poesie. Cos’altro sarebbe, se non un modo di trattenermi? È una delle mie preferite. È talmente una delle mie poesie preferite che, qualche anno fa, in occasione del mio compleanno, una mia amica ne ha stampato un estratto e lo ha incorniciato, così che potessi metterlo a casa sul mobile o appenderlo al muro.
Parla del passaggio da una situazione o stato d'animo all'altro e di ciò che proviamo in quei momenti.
Una mia amica mi ha detto che a lei, nelle poesie ungheresi che traduco, piace questa caratteristica: prendono un momento dell'anima e lo distendono per esaminarlo profondamente. Tratto distintivo che si può percepire anche nei miei scritti.
Mi ricordo che con Anna eravamo sedute nel Giardino dell'Iris a Firenze, lì dove c'è un laghetto con degli iris gialli di palude, lavorando su questa poesia al portatile. Era il 2023.
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Il titolo del post della settimana è un verso preso da una poesia di Attila József che non ho ancora tradotto. Si intitola Ninna nanna, e prossimamente ve la proporrò, perché possiate leggerla. In Ungheria, a Budapest, Írók Boltja ('La Libreria degli Scrittori') – un luogo di incontro dei personaggi della letteratura e dell’arte contemporanea – ha creato un premio che richiama questo verso, un altro nostro topos (per una curiosa coincidenza un altro verso dalla penna di Attila József), e l'ha conferito anche ad Ádám Nádasdy. Dopo la poesia, inserisco una foto in cui il poeta è inquadrato proprio con una biglia di vetro, in una posa che richiama l'idea della prospettiva, perciò della lontananza.
Precipitare è impegnativo.
Così sono: addormentarsi, svegliarsi,
incominciare ad amare, prendere in odio;
attendere gli ospiti,
tentennare al supermercato,
per poter trasformarmi in un padrone cordiale;
e dopo le visite i mobili,
perché vanno trascinati di nuovo nella disposizione privata.
Queste sono pesanti. Quando rimango,
va tutto bene: sono un maestro del dormire,
e adoro essere sveglio.
Sono contento quando ci sono degli ospiti, e quando ho
l’amore, e quando non ce l’ho.
Precipitare, però, da un'impostazione
all'altra, mi scompiglia.
Vorrei rimanere, sempre rimanere:
quando sono sveglio, osservare acutamente,
quando dormo, scavare una fossa sempre più profonda;
darmi a solitarie minestre in polvere,
oppure frugare fra i panni sporchi della convivenza.
Precipitare: fa male. Scivolare
attraverso la bocca stretta del cambiamento, è abrasione.
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Spero dal profondo del mio cuore che anche questa volta, dopo essere scivolato attraverso la bocca stretta del cambiamento, rimanere sia bello.
Irisz Maar © aprile 2026
Revisione e correzione: Anna Cavallini