Miklós Radnóti
Ode titubante
Da quanto tempo mi sto preparando per raccontarti
dell'universo segreto del mio amore;
magari in un'unica immagine, e soltanto la sua essenza:
ma sei brulicante e straripante in me, come l'esistenza stessa,
e a volte sei così ferma ed eterna, come
un guscio di chiocciola pietrificato nella pietra.
La notte, tigrata dalla luce della luna, si muove sopra la mia testa
e dà la caccia a piccoli sogni che sfrecciano nell'aria sobbalzando.
E ancora non riesco a dirti
cosa significa per me che, mentre lavoro,
io senta il tuo sguardo protettivo sulle mie mani.
Le similitudini non servono a nulla. Sorgono e le butto via.
E domani comincio tutto da capo,
perché io valgo quanto valgono le parole
nelle mie poesie, e perché tutto questo mi tormenta
finché di me rimangono ossa e qualche ciuffo.
Sei stanca - sento anch'io che la giornata è stata lunga,
cos'altro dovrei dire? gli oggetti si scambiano uno sguardo,
elogiano te, una mezza zolletta di zucchero risuona
sul tavolo, una goccia di miele cade
e come una sfera d'oro puro risplende sulla tovaglia,
e il bicchiere d'acqua vuoto d'un tratto inizia a echeggiare da solo.
È felice, perché vive con te. E magari mi rimarrà ancora tempo,
per dirti com'è quando aspetta il tuo arrivo.
L'oscurità del sogno precipita, ogni tanto
ti tocca, vola via, poi ritorna sulla tua fronte,
i tuoi occhi assonnati mi fanno ancora un cenno,
i tuoi capelli si sciolgono, si spargono ondeggiando,
e ti addormenti. L'ombra lunga delle tue ciglia fruscia.
La tua mano scivola sul mio cuscino, ramo di betulla che si assopisce,
ma anch'io dormo in te, non sei un mondo a parte,
E sento fino a quaggiù cambiare la moltitudine delle linee
arcane, sottili e sagge
delle tue mani fresche.
1943
Irisz Maar © marzo 2026
Revisione e correzione: Anna Cavallini