2026. 04. 19.
Lo stato sono io
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Lo stato sono io

Questa settimana vorrei lasciarvi una mia riflessione sul significato di ciò che è accaduto in Ungheria, e che io ho subito nominato la Terza Primavera Ungherese (11-13 aprile 2026: perché all'estero si poteva votare l'11, e i risultati ufficiali li abbiamo avuti il 13). Vorrei parlarne senza approfondire dettagliatamente qualsiasi aspetto strettamente politico o economico, perché questa volta il nuovo primo ministro ungherese  - piace anche a me chiamarlo già con questo titolo -, Péter Magyar, ha creato un fenomeno, ma questo fenomeno non è uno qualsiasi. È disceso nella profondità della texture della società, e ha agito partendo da lì.

Come tanti personaggi mondiali importanti affermano, trovo anch’io che siamo testimoni di un momento molto importante e decisivo della storia mondiale, in cui una giustizia fondamentale è stata restituita a un popolo che era stato privato di numerosi suoi diritti, era stato oggetto di abusi politici, e spesso aveva dovuto avere paura per la propria vita, per la reputazione, che, se ci pensiamo, in un certo senso è la stessa cosa. Di tutto ciò credo che adesso potete leggere da qualsiasi parte, perché fino ad ora anche le informazioni erano oscurate, confuse. 

Vorrei che qui ci fermassimo per un attimo, e colgo anche l’occasione di raccontarvi uno dei motivi che mi spingono a pubblicare soltanto un post alla settimana. La psiche umana ha delle capacità ben definite per poter elaborare in modo sano non soltanto le informazioni, ma soprattutto le emozioni. Ha bisogno di tempo per poter riflettere, per poter agire in un modo a lei adatto. Il mio "movimento" si potrebbe chiamare Slow Social Media (ho effettuato una ricerca in rete e ho trovato che già si usa questo termine, ma se ho capito bene non in questo senso). Pubblico intenzionalmente un solo post alla settimana perché così ci soffermiamo per un attimo a rifletterci, possiamo lasciare che agisca dentro di noi, e possiamo assaporarlo a lungo. Inoltre, certi eventi meritano di per sé che non si passi oltre troppo in fretta, come facciamo sui social, dove finito un contenuto ne arriva subito un altro. Vorrei che restassimo un po’ più a lungo su questo momento, perché riguarda tutti noi da vicino.

Organizzare uno Stato ha tanti aspetti complessi e dobbiamo affrontarlo soprattutto in modo pragmatico, informandoci bene da più fonti, e per ogni nostra scelta dobbiamo cercare di ponderare tutto con attenzione, valutando in base ai fatti e tenendo presenti i nostri valori fondamentali condivisi, e non da ultimo il contesto mondiale. Ma in questo momento, per poter agire in questo modo, c’era bisogno di un fenomeno rivoluzionario, perché a livello mondiale avevamo perso la strada. 

Il partito ungherese che ha vinto si chiama Tisza, che è il nome ungherese del fiume Tibisco, l’altro fiume che attraversa verticalmente il Paese e corre parallelamente al Danubio, che attraversa Budapest. È simbolico già di per sé. Il motto usato dal partito è «Il Tisza sta straripando». Un motto molto astuto, che suggerisce che “siamo inafferrabili”, ed è in realtà anche un fenomeno geografico che ogni tanto dobbiamo davvero affrontare in Ungheria. Il simbolo del partito, cioè il logo, assomiglia prima di tutto al simbolo dell’infinito e anche a un fermaglio, le cui due estremità hanno colori diversi, verde e rosso, due elementi della bandiera ungherese, e all’interno il bianco li tiene insieme, li unisce. Il verde e il rosso si agganciano l’uno all’altro, si stringono, proprio come emotivamente il Paese si è diviso in due parti, eppure il bianco le tiene unite. E, cosa più importante, questa volta hanno deciso di tenersi unite. 

Nei colori della bandiera ungherese, in realtà, possiamo vedere che sono sempre appartenuti a un’unica unità.

In più, in ungherese il fermaglio si chiama ‘kapocs’ e questa parola ha anche un altro significato: ‘legame’. Quanta poesia.

Ed è qui la genialità e la grandiosità di quello che è successo. Tisza ha lavorato in due modi: prima di tutto ha semplicemente chiamato i problemi del Paese e le loro possibili risoluzioni con il loro nome e, nello stesso tempo, ha scavato nella nostra profondità come esseri umani per trovare i principi che ci uniscono. E sulla base di questi due aspetti, ha cercato i valori che potevano unire le persone. Ovviamente, il fatto che il primo ministro avesse fatto parte del governo precedente, e ad un certo punto lo avesse abbandonato, gli ha fornito altri vantaggi che soltanto un insider può avere, e lo ha trasformato a proprio vantaggio, ma questo potrebbe essere un altro discorso da approfondire. 

Per noi scrittori, poeti, artisti e intellettuali questo è un momento molto significativo in modo speciale. Ogni volta che illustriamo una situazione ingiusta, dolorosa o anche complessa, da questo punto di vista, nelle nostre opere, nel nostro lavoro; ogni volta che scaviamo fino alla profondità del problema per poterlo riconoscere e per poter cominciare a curarlo nelle sue radici, affinché possa essere guarito per sempre; ogni volta che ci esprimiamo, quando cerchiamo di seminare luce, urlando nell’immensità, a volte anche perdendo la voce per lo sforzo, in realtà speriamo che quello che cerchiamo di dire arrivi lontano, in senso geografico ma anche nel futuro. E speriamo che porti a un mondo sempre più bello, sempre più giusto, per sempre più persone. E vedere questa unità, che nell’essere uniti valorizza l’unicità e quindi la diversità delle persone che la costituiscono, per me è come i primi fasci di luce dopo un periodo di ombra, che hanno subito lacerato con la loro forza.

Da dove viene questa forza, questa liberazione, questa unità nel caso degli ungheresi? Dall’anima del popolo, che è stata plasmata dalla consapevolezza degli eventi storici: due guerre civile d’indipendenza e il cambiamento del regime nel 1989. Una guerra civile d'indipendenza è la rivoluzione ungherese del 1848 contro gli Asburgo, che celebriamo ogni 15 marzo. Nelle scuole partecipiamo a rappresentazioni che mettono in scena gli eventi della rivoluzione, recitiamo poesie e cantiamo. In quell’occasione, Sándor Petőfi, il poeta diventato simbolo della lotta per la libertà, scrisse il Canto nazionale, che ogni bambino ungherese deve conoscere a memoria - e che anch’io, ancora oggi, so recitare a occhi chiusi - e che l’attuale lotta ungherese contro il sistema oppressivo ha fatto proprio. Ve l’ho tradotto. È una perla dell’incorruttibilità. Un altro nostro topos che ci tiene insieme.

 

Sándor Petőfi

 

Canto Nazionale

 

In piedi, Ungherese, la patria ci chiama!

È arrivato il momento, adesso o mai!

Scegliete! Schiavi o liberi?

È questa la domanda -

Sul Dio degli ungheresi

Giuriamo,

Giuriamo che schiavi più

Non saremo!

 

Finora siamo stati schiavi,

I nostri antenati sono condannati,

Loro che vivevano, morivano liberi,

Non possono più riposare in terra prigioniera.

Sul Dio degli ungheresi

Giuriamo,

Giuriamo che schiavi più

Non saremo!

 

Uomo, mascalzone senza patria,

Adesso che deve morire coraggio non ne ha,

E per cui è più cara la sua vita lacera

Dell’onore della patria.

Sul Dio degli ungheresi

Giuriamo,

Giuriamo che schiavi più

Non saremo!

 

Più delle catene è lucida la spada,

Abbellisce di più il braccio,

Eppure, noi portavamo le catene!

Vieni, antica spada nostra!

Sul Dio degli ungheresi

Giuriamo,

Giuriamo che schiavi più

Non saremo!

 

Il nome ungherese splenderà di nuovo,

Sarà degno della sua grande fama ancestrale;

Quel che i secoli vi spalmarono:

Laviamo via la disgrazia!

Sul Dio degli ungheresi

Giuriamo,

Giuriamo che schiavi più

Non saremo!

 

Lì, dove s’innalzeranno le nostre tombe,

I nostri nipoti s’inchineranno,

E insieme a preghiere benedicenti,

I nostri santi nomi enunceranno.

Sul Dio degli ungheresi

Giuriamo,

Giuriamo che schiavi più

Non saremo!

 

 

Pest, 13 marzo 1848

 

 

Traduzione: Irisz Maar
Comparazione con l'originale, revisione e correzione: Anna Cavallini
Irisz Maar, Anna Cavallini © 16 aprile - 19 aprile 2026

 

 

È da qui che nascono questo spirito, questo amore per la libertà e questo senso di giustizia? Ma soprattutto: il coraggio. E, in definitiva, l’incorruttibilità quando crediamo nei nostri principi, crediamo in noi stessi, nei nostri diritti? In parte, certamente sì. Anch'io sono stata formata da questo spirito, l'ho dimenticato per un periodo, ma adesso mi è stato restituito anche questo. 

Certamente, a livello pratico, adesso dobbiamo vedere cosa sia possibile fare, e il modo in cui farlo; cosa farà il primo ministro ungherese, e cosa faranno gli altri stati, tenendo conto delle possibilità reali, rimanendo, certamente, con tutti e due i piedi per terra. 

Ma se un accadimento come questo è stato, per la prima volta, possibile, allora possiamo darci finalmente il benvenuto - lo spero tanto - nel ventunesimo secolo. Con un po’ di ritardo, ma direi che siamo appena entrati nel secolo.  

Come lo stesso Petőfi scrive in un'altra sua poesia: «Il mare si è alzato, il mare dei popoli». 

Prendiamo esempio dagli eventi: che le nostre differenze diventino la forza della nostra unità.

Un Paese è un organismo: le cellule che lo costituiscono sono le persone. Il corpo dello Stato si costruisce da queste cellule.

Siamo noi questo organismo. E l'organismo ci deve nutrire, ci deve mantenere. E in cambio noi gli diamo una parte della nostra vita, perché anche noi lo manteniamo con i nostri sforzi. Sono una responsabilità e un compito reciproci. Non dobbiamo dimenticare mai che lo Stato non è un’entità o un essere diverso da noi, che ci comanda a suo piacimento, a suo capriccio. 

Lo stato siamo noi.

Lo stato sono io.

 

Irisz Maar

 

 

Irisz Maar © aprile 2026

Revisione e correzione: Anna Cavallini

 

 

 

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Design del logo © Orsolya Bagi in collaborazione con Irisz Maar, 2024-2026

 


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