Sono poeta - cosa mai mi importerebbe
della poesia stessa?
Non sarebbe bello se la stella del fiume notturno
si destasse, incamminandosi per il cielo.
Il tempo defluisce lentamente,
non pendo dal latte delle favole,
ma sorseggio il mondo reale,
con il cielo spumeggiante sulla sua superficie.
È bella la sorgente - bagnarsi in essa!
La calma e il tremore
si stringono, nella schiuma si desta
con grazia la chiacchierata brillante.
Gli altri poeti - che me ne faccio di loro?
Continuino a imitare l'ebbrezza,
con immagini fabbricate e con alcolici,
denigrando sé stessi fino allo sterno.
Io vado oltre alla taverna,
fino alla ragione e oltre!
Con mente libera non posso fingere, in un modo
ripugnante, di essere stupido e servile.
Che tu possa mangiare, bere, abbracciare, dormire!
Misurati con l'universo!
Non servo, neanche sibilando,
poteri spregevoli che logorano l'anima.
Nessun compromesso - che io possa essere felice!
Altrimenti mi potrebbe umiliare chiunque
e sarei segnato da macchie rosseggianti -
le mie linfe se le berrebbe la febbre.
Io non chiudo la mia bocca riottosa.
Faccio le mie rimostranze alla sapienza.
Il secolo mi guarda e sta dalla mia parte:
il contadino, mentre ara il campo, pensa a me;
il corpo del lavoratore, fra due
movimenti rigidi, intuisce me;
la sera, davanti al cinema, aspetta me
il monello vestito male.
E lì, dove le canaglie disposte in schieramenti
danno la caccia all'ordine dei miei versi,
carri armati fraterni partono,
facendo rimbombare ovunque le mie rime.
Ve lo dico io: L'uomo non è ancora grande.
Ma se lo immagina, perciò è dissennato ed esuberante.
Che l'accompagnino con lo sguardo i due genitori:
l'anima e l'amore!
febbraio-marzo 1937
Irisz Maar © settembre 2025
Revisione e correzione: Anna Cavallini