1
Dalla terra il cielo scioglie l'alba,
e alla sua parola mite e pura
gli insetti e i bambini
si precipitano alla luce del sole;
nell'aria nessun vapore,
si libra una leggerezza lucente!
Stanotte sono volate sugli alberi,
come piccole farfalle, le foglie.
2
Blu, rosso, giallo - immagini
screziate ho visto nei miei sogni
e dentro di me sentivo: questo è l'ordine -
non si è spostato neanche un granello di pulviscolo.
Adesso i miei sogni volano come ombre
nei miei arti, e il mondo di ferro è l'ordine.
Di giorno in me sorge la luna, e se fuori
è notte, dentro di me splende un sole.
3
Sono magro, solo pane
mangio a volte, e fra queste anime lascive,
ciarliere, cerco gratuitamente qualcosa
di più certo del dado.
Non si struscia un arrosto di spalla alla
mia bocca e un bambino al mio cuore,
il gatto può ingegnarsi, ma non potrà -
allo stesso tempo - prendere un topo fuori e dentro.
4
Come una catasta di legna,
il mondo giace in un cumulo;
stringe, spinge, accerchia
una cosa l'altra,
in questo modo tutto è determinato.
Solo quel che non c'è, ha una chioma,
solo quel che sarà, è fiore,
quel che c'è, si frantuma.
5
Lungo lo scalo merci
mi ero rannicchiato ai piedi dell'albero come
un pezzo di silenzio. Una gramigna grigia
aveva toccato le mie labbra, cruda, insolita-dolce.
Osservavo, in agguato, esanime, la guardia,
quel che provava, e la sua ombra sui vagoni
taciturni, che saltava ostinata sul carbone
lucido e coperto di rugiada.
6
Ecco la sofferenza, qui dentro,
ma la spiegazione è là fuori.
Il mondo è la tua ferita; brucia, arde,
e tu senti la tua anima, la febbre.
Sei prigioniero finché il tuo cuore si rivolta -
ti liberi soltanto se non metti su
una casa a tuo piacimento, lasciando
che qualcuno se ne impadronisca.
7
Da sotto la sera, ho guardato in alto
verso l'ingranaggio dei cieli -
dai fili lucenti del caso
il telaio del passato ha tessuto legge.
Ho guardato in alto di nuovo, verso il cielo,
da sotto i vapori dei miei sogni,
e ho visto che la trama della vita
da qualche parte si sdruciva sempre.
8
Il silenzio tendeva l'orecchio - suonò l'una.
Potresti andare a trovare la tua gioventù;
fra le mura di cemento umide
puoi immaginarti un po' di libertà -
pensavo. E così mi alzai,
e le stelle, i Carri,
rifulgevano là su, come sbarre
sopra una cella taciturna.
9
Ho sentito il ferro piangere,
ho sentito la pioggia ridere.
Ho visto il passato squarciarsi,
e che solo l'immaginazione si può dimenticare;
e non so altro che amare,
curvo sotto i miei pesi...
Perché si deve fare di te
un'arma, coscienza d'oro!
10
Un uomo fatto è chi non ha
nel cuore né padre né madre,
e sa che ha ricevuto la vita
in aggiunta alla morte,
ed è pronto a restituirla in qualunque momento
come oggetto trovato; per questo la tiene,
chi non è né prete né dio,
né di se stesso né di nessuno.
11
Io la felicità l'ho vista,
era soffice, bionda, pesava un quintale e mezzo.
Il suo sorriso riccioluto barcollava
sull'erba austera del cortile.
Si era sdraiata nella melma morbida e tiepida,
aveva strizzato gli occhi e grugnito verso di me -
vedo ancora oggi come la luce
si dilettava, esitando fra la sua lanugine.
12
Abito lungo la ferrovia. Qui
i treni vanno e vengono, e io contemplo
come volano le finestre lucide
nel buio-bioccolo ondeggiante.
Così filano nella notte eterna
le giornate illuminate,
e sto io, in piedi, nella luce di ogni scomparto,
mi appoggio sul gomito e taccio.
inverno 1933-34
Irisz Maar © dicembre 2024
Revisione e correzione: Anna Cavallini