2024. 06. 05.
Tranne se ti si rompe la spina dorsale
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Tranne se ti si rompe la spina dorsale

Questa settimana vorrei condividere con voi il libro Donna sul fronte di Alaine Polcz - psicologa originaria della Transilvania -, nella traduzione di Antonio D'Auria.

Vorrei parlare di questo libro che ho letto tanti anni fa, e che non riesco a dimenticare. Alcune delle scene sono rimaste particolarmente impresse nella mia mente, perché sono forti, e giovane com'ero quando l'ho letto, a venticinque anni, sono rimasta incredula, sbalordita e paralizzata. Ma era giusto affrontare questo argomento, finalmente per davvero, nonostante fosse difficile. Ed è giusto affrontarlo anche ora.

Siamo in guerra, siamo sotto regimi oppressivi, sotto i tedeschi, poi sotto i russi, però con le donne lasciate al loro destino. Per forza, perché gli uomini sono andati a combattere e il mondo fino ad allora conosciuto è caduto a pezzi. In questo libro possiamo capire fino in fondo che sorte avessero queste donne e possiamo vedere tutto ciò grazie a una testimonianza diretta. Possiamo capire cosa una guerra comporta nello specifico per le donne.

Si tratta probabilmente di uno dei più struggenti memoriali scritti sulla Seconda Guerra Mondiale e l'invasione russa. È il memoriale di una donna che ci offre un quadro abbastanza esaustivo di come fosse la situazione di una donna in queste condizioni. In più, visto che prendiamo parte a un'esperienza di prima mano, tramite gli occhi e i sensi della scrittrice - che dopo tutto ciò è diventata psicologa -, quest'esperienza la viviamo in qualche modo sulla nostra pelle, e per questo riesce a farci riflettere profondamente sugli effetti di una guerra sulle singole persone, sui cambiamenti che ciò porta nella loro interiorità e nel loro futuro, e in particolar modo sulle donne.

Il libro parla delle vicissitudini che l'autrice ha dovuto affrontare, come la fame, la denutrizione, la sporcizia e le pessime condizioni igieniche, i pidocchi, il freddo e tutte le malattie e condizioni fisiche che doveva subire di conseguenza, cosa che per noi è difficile da immaginare; ma quello che rende il libro notevole e unico, oltre all'immediatezza e alla sincerità taglienti, e la scioccante disinvoltura del testo, è che l'autrice parla con tutta sincerità della violenza che ha dovuto subire. Qui parliamo anche di una sincerità emotiva. Di una sincerità emotiva che è, in un certo senso, la più crudele fra tutte. Questa crudeltà non risiede affatto nella descrizione dettagliata degli eventi o di un orrore tremendo, o non solo, ma appunto in questa disinvoltura particolare, eppure, purtroppo, naturale per lei. Perché questa realtà, e tutto ciò che è successo all'autrice, l'hanno fatta dissociare dal proprio corpo, dal proprio essere, dal proprio esistere e dal mondo.

Racconta anche delle sue prime esperienze sessuali e in questo modo il libro diventa anche un esame, un'analisi, in qualche modo sessuologica, o meglio, antropologica-sessuologica, mentre non vuole esserlo per niente.

Come afferma Marco Innamorati nella prefazione, "Polcz sottolinea che a distanza di anni potrebbe raccontare la sua prima notte di nozze in tanti modi: con una prospettiva medica, sessuologica, psicoanalitica; ma preferisce ricordare la stessa dell'epoca. Nessun piacere, molto dolore e presto la scoperta di avere la gonorrea. Piuttosto che al dottore, dal quale riceve l'offerta di un certificato per ottenere il divorzio, preferisce credere al marito, alla possibilità di un contagio verificatosi in un bagno pubblico." [1] Era ancora una ragazza, inconsapevole di tante cose, in un'epoca ancora altrettanto inconsapevole.

Marco Innamorati mette in evidenza anche un'altra scena del libro che illustra perfettamente tutto ciò. Proprio una delle scene che mi sono rimaste impresse all'epoca. Alaine "subisce angherie di ogni genere [...] e più volte la violentano; uno per volta o in gruppo; per soddisfazione o per gioco crudele; promettendo in cambio qualcosa o semplicemente vantando il diritto del saccheggiatore. Il lettore assiste a come l'orrore diventa rassegnazione e a come progressivamente Alaine entri in uno stato dissociativo: l'autrice racconta per esempio di quando si accorge, mentre è sotto un soldato russo, che qualcuno sta urlando e si rende conto solo in un secondo momento che a urlare è lei stessa". [2] E non si trattava soltanto di uno di loro durante quella notte. I soldati le hanno detto che avrebbero sbattuto la testa di sua madre nell'angolo di una stufa, rinforzata con ferro, se non fosse andata con loro. Non ha detto a loro che Mami, in realtà, è sua suocera, per evitare qualcosa di ancora peggio. Ma quando esce all'alba dalla stanza, sanguina, e le fa male tutto il corpo.

"Mami perdeva peso di continuo, non mangiava più neppure quello che trovavo nel pacco. Andai dal medico, un conoscente di János, per chiedergli cosa avrei dovuto fare. Mi consigliò di darle dei liquidi o sarebbe morta in cantina. Liquidi, ma quali? Anche di acqua potevamo berne una ciotola al giorno.

Andai dai russi e chiesi una ciotola di latte.

Sapevo qual era il prezzo. Andai a letto per una tazza di latte.

Poi andai alla canonica, l'ultimo posto dove avevamo abitato, volevo prendere un materasso perché la porta era dura e lentamente si stava impregnando d'acqua. Mami diventava sempre più debole. E anche per il materasso toccò andare a letto. [...] successe nella vecchia cantina di patate. [...] L'ufficiale nel frattempo accese un fiammifero e per prima cosa mi tastò gli occhi con le dita per vedere se erano aperti. Erano aperti, mise le dita dentro, mi fece un po' male, ma poiché non mi muovevo né sussultavo, accese un fiammifero per vedere se ero viva. Scosse la testa.

Non avrà provato tanto piacere con me, ma quando mi stavo preparando per andare col materasso, mandò giù anche il suo attendente [...] Filike mi correva intorno e piangeva, guaiva e mi leccava le mani; le mie mani, i miei piedi erano freddi, la lingua di Filike che piangeva era calda." [3]

Il libro ha rotto il silenzio che ha circondato il tema della violenza, che è stato sempre un tabù, perciò si tratta di un libro molto significativo, che ha avuto un grande impatto. Credo che sia un libro molto importante, in quanto abbiamo ancora molto da imparare su come evitare di far violenza sull'altro, non solo fisicamente parlando, ma anche a livello emotivo, e non soltanto in casi estremi, ma a livello quotidiano. Questo libro ha avuto grande effetto su di me, me lo ricordo benissimo. Ha il potere di sensibilizzare il lettore, cosa di cui credo abbiamo ancora tanto bisogno.

"Non mi mossi. Credevo di morirci. Certo, non si muore per questo. Tranne se ti si rompe la spina dorsale, ma anche allora non subito." [4]

 

[1] Innamorati, Marco (2023), Prefazione in Polcz, Alaine (2023), Donna sul fronte, Anfora, Milano, 9.
[2] Innamorati (2023), Milano, 9-10. 
[3] Polcz, Alaine (2023), Donna sul fronte, Anfora, Milano, 131-132.
[4] Polcz (2023), Milano, 123.

 

 

Irisz Maar © giugno 2024

Revisione e correzione: Anna Cavallini

 

 

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