2022. 05. 17.
La badante
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Sono due anni che faccio la badante. Mi sveglio alle sei ogni singolo giorno. Preparo la colazione, porto su il giornale, comincio a lavare i suoi vestiti, sistemo la casa: spolverare, lavatrice, aspirapolvere, lavastoviglie.

Alle undici e mezzo pranziamo. Di solito vengono sua figlia e il marito. Si chiacchiera un po’, ma io non parlo benissimo la loro lingua, cosa che fa sempre arrabbiare sua figlia. Lavo le pentole, metto a posto. Lo accompagno a fare il riposino del pomeriggio. Ecco la mia pausa. Quando lui dorme, ho un'ora e mezzo per me stessa.

Vado a fare una passeggiata. Guardo i cigni che stanno galleggiando sulle onde capricciose del Danubio. Respiro forte e lascio entrare nei polmoni l’aria di primavera, sperando che mi riempirà l’anima con forza e fiducia. Nel futuro?

Finita la pausa. Merenda. Un biscotto. Il signore va a guardare la TV. Dopo parliamo della guerra. Anschluss. Hitler costrinse i giovani ad arruolarsi. Lui fu fortunato, perché gli americani lo portarono via e in questo modo passò due anni in carcere, al sicuro.

A volte finisco troppo presto gli impegni più duri. Per fortuna c’è tanto da stirare. Non è così pesante come gli altri doveri. Almeno posso riflettere un po’. Sembra che stia lavorando, ma in realtà mi riposo. Vedo che tranquillizza anche lui. Qualcuno che si prende cura della sua casa. Dietro il vapore fitto e appannato e il fischio meccanico del ferro da stiro, pian piano comincia a leggere il suo giornale.

Abbiamo i nostri momenti di armonia e comprensione. Ho imparato a volergli bene e so che per lui sono diventata come una delle sue bisnipoti che, al contrario, non vengono mai a trovarlo.

A dire il vero, non conosco nessuno qua. Lui, certamente, e alcuni della sua famiglia. Tuttavia, mi sembra impossibile creare rapporti tra l’una e le due e mezzo. A parte la ragazza del bar – che ormai mi riconosce e sa bene che ordinerò un cappuccino, solo, ovviamente, se me lo posso permettere –, non parlo con nessuno. Lei è talmente buona. Il suo sorriso – come i raggi di sole dopo tanti giorni di pioggia – illumina pian piano le onde gonfiate del Danubio, rianima i suoi colori festivi, blu e verde saturo, promettendogli di riportarlo al proprio grembo.

Cena. Rimettere a posto. Metterlo a letto.

Avrei potuto studiare, se non fossi rimasta incinta. Tanto è uguale. Devo lasciare mia figlia per lunghi mesi con i nonni. Deve, però, mangiare, vestirsi e fra qualche anno andare all’università.

Colazione. Giornale. Lavatrice. Spolverare. Pranzo. E critiche. Critiche senza termine. Spesso nascoste in sguardi malvagi. La figlia del signore non è mai contenta. Se non rimane altro da disapprovare, sposta le tende con un’espressione inviperita, come se io la mattina non le avessi aperte per bene, per poi lodarmi: quanto sono brava, cosa farebbero senza di me. Vanno via. Trovo spento il riscaldamento nella stanza del signore. Lo accendo. Finalmente pausa.

A volte rimango a casa e guardo la mia telenovela preferita su Youtube, o parlo su Messenger con gli amici lasciati nel mio paesino. Appena finisco la seconda puntata, sento lui svegliarsi.

Merenda. Se il tempo è sereno, si va al cimitero a visitare la moglie che è morta due anni fa. Spingo la carrozzina. Mi fa male la schiena. L’altro ieri mi si è schiacciato un nervo quando siamo andati lungo il Danubio. Le lacrime stanno scendendo sempre più giù sul suo viso e poco a poco arrivano sotto il mento. Soffre in silenzio, stando attento a non disturbare il prossimo. È da solo. L’unica persona che l’ha compreso davvero, per cui era veramente essenziale che lui ci sia non c’è più. Anche per la figlia è un peso ormai. Solitudine cosmica. Simile al mio universo, dove l’unità di misura è segnata dal tempo che trascorre tra una pausa e l’altra, lontano anni luce da ogni mondo popolato.

TV. Guerra. Quattordici giorni di viaggio sulla nave per arrivare in America. Cena alle cinque di pomeriggio. TV. Accompagnarlo a dormire.

Ho portato dei sali da bagno, giusto per divertirmi. Sento il mio corpo sommergersi nell’acqua salata e caldissima, profumata ed accogliente. Infine, mi distendo un po’ e i miei muscoli si stanno sciogliendo. All’improvviso, però, apparentemente senza motivo, provo una paura immensa. Guardo fuori dalla vetrata opaca del bagno che porta il buio nel suo grembo e di colpo mi sento come se qualcuno mi stesse guardando al di là del divisorio. Mi sbrigo. Mi avvolgo velocemente l’asciugamano, e come un gatto inorridito, con passi morbidi, cauti e veloci, sfuggo in camera mia, ogni tanto fermandomi, fissando attonita la profondità sinistra del soggiorno e del corridoio, provando a capire l’origine di quello che mi ha intimidito.

Abbiamo i nostri momenti belli con il signore. Provo a renderlo allegro. Spesso andiamo al porto, dove si raggruppano gli uccelli: i soliti tre cigni, una decina di gabbiani, un centinaio di piccioni e qualche anatra selvatica. Lui mi chiede sempre di portare un po’ di pane per i cigni. Ridevamo l’altra volta, perché i cigni si pulivano con tanta diligenza ed accuratezza che non gliene importava per niente del cibo. Sono talmente maestosi e altezzosi, cercavo di spiegare a lui con i gesti e le parole che conoscevo, che decidono di mangiare soltanto quando pare opportuno a loro.

Colazione, giornale, lavatrice, aspirapolvere, straccio, lavastoviglie; pranzo. Ecco il tic-tac dell’orologio della mia vita. Trovo il riscaldamento spento nuovamente dopo il pranzo. Mi fa sospettare che la figlia o suo marito lo spengano apposta, magari per risparmiare. Lo accendo. Anche se la primavera sta arrivando, non fa ancora abbastanza caldo. Il signore tossisce già. Mi preoccupo.

Pausa. TV, guerra, cena, andare a dormire. Sera. Mi rincantuccio nella mia piccola stanza come i ragni che si nascondono nelle fessure strette e buie quando si sentono in pericolo. Trascino l’armadio davanti alla porta di modo che nessuno possa entrare. Accendo la TV.  Aspetto sempre il lunedì, perché trasmettono due puntate di Monk. Mi distrae, pure se non lo capisco molto bene. Chiamo mia figlia. Mi riprendo.

Colazione. Giornale. Lavastoviglie. Stendere i panni. Cambiare le lenzuola.

La regolarità ossessiva dei nostri giorni viene interrotta da piccole scene inaspettate. L’altro giorno si è guastato il water e tutto ciò che conteneva ha invaso il bagno. Ho dovuto pulire i nostri escrementi. Almeno abbiamo fatto due risate, noi ci gingilliamo così.

Spesso, per renderlo felice, gli faccio ricordare queste scene per farlo divertire. La maggior parte delle volte, però, faccio fatica a rallegrarlo, anche perché lui, nella maggior parte del tempo, si sente giù. Gli fa male tutto: i reni, i polmoni, il cuore, ma anche fare un passo, anche se con l’aiuto del deambulatore. Il genero del signore mi sussurra, in confidenza, che il water si intaserà abbastanza frequentemente, perché i tubi sono vecchi. Ad ogni modo, il bagno non verrà ristrutturato finché ci vive suo suocero, ma soltanto quando si trasferirà lì una delle bisnipoti. Posso capire, no, che lui sarebbe in difficoltà in mancanza del bagno, se decidessero di rassettarlo in questo momento?

Pranzo. Devo regolare un’altra volta il riscaldamento. Fingo. Di essere vivace. Di stare bene. Pausa.

Vado a fare un giro. Posso scegliere se andare in centro, che si compone di una singola piazza, visitare le due chiese della città, oppure fare quattro passi lungo il Danubio. Anche se all’inizio mi rilassavano queste attività, ora si riducono ai battiti uniformi delle lancette dell’orologio. Mancano dieci minuti alle tre. Devo tornare.

Questa casa è piena di orologi e calendari. Li odio. Mi ricordo che da adolescente non seguivo neanche la data dei giorni. Mi bastava un orientamento generico. Mi ammattisce il suono monotono dei pendoli. Ci fa credere che il tempo passi. Però, il tempo non esiste. Abbiamo creato una rete, un labirinto monocorde che poi comincia dove finisce e via d’uscita non c’è.

...Merenda. TV. Cena…

Mettiamo le celle noi. I numeri indicano le sbarre artificiali sugli spazi. Gabbia. Le lancette sono i mezzi che ci portano da una barra all’altra. Dove pensiamo di arrivare?

Quando cala la notte, mi invadono delle immagini terrorizzanti. Sono convinta che qualcuno mi stia fissando dalla finestra sopra il mio letto. Faccio scendere la tapparella, sapendo benissimo che è inutile. C’è qualcuno lì, al di fuori delle mura della casa, e mi sta aspettando.

Tardo pomeriggio. La luce della cucina è accesa, ma la tapparella non è ancora chiusa. Davanti alla nostra casa un uomo sta facendo un selfie. Solleva lo smartphone, ma... se ho visto bene… ha appena fatto una foto a noi che ceniamo in casa!

Mattine. Sere. Mattine. Sere. Mattine. Sere. Mattina. Il tempo ci inganna. Noi invecchiamo, questo è sicuro. Ma questo al tempo non importa per niente. Sta lì, un cristallo, indifferente, sempre uguale. Magari mi sta studiando lui ogni notte in segreto. Mi guarda dal suo ventre eterno senza direzioni, obiettivi, inizio o fine. Crudele ed imponente, come quei cigni sul porto.

Sta circolando davanti la nostra casa lo stesso uomo di ieri. Fa cinque giri, proprio cinque, avanti e indietro, esaminando attentamente la finestra della cucina. Mi guardava negli occhi? Come un topo che vuole guadagnare vantaggio, mi ritraggo nel punto in cui so che lui non mi potrà vedere, io invece riuscirò ad osservarlo per bene. Lancia un sorriso maligno.

Manca poco. Fra quattro giorni viene l’altra signora per fare il cambio e sarò libera per due mesi. Se sopravviverò. Sento minacce da ogni angolo di questa casa. I quattro giorni adesso sembrano un'eternità. Mi dico che va tutto bene.

Pausa. Scendo nel parco giochi che si trova a pochi passi da noi. Chiamo mia figlia. Dal ponte enorme sul Danubio un uomo cinquantenne mi sta seguendo con lo sguardo. Durante il tempo in cui faccio la telefonata, mi avvicino al piede del ponte e comincio a guardarlo ostinatamente. Scappa. Sono stata più forte io questa volta. Due giorni.

Dopo pranzo. È troppo ventoso oggi. Mentre sto rimettendo a posto, sento il fischio sinistro delle raffiche forti. La figlia e il genero rimangono un po’ di più oggi, perciò, finite le faccende di casa, mi ritiro in camera mia. Dopo un po’ vedo l’ombra del genero passare davanti alla mia porta. Entra nella stanza del signore. Quando vanno via, controllo il riscaldamento. È spento. Manca un giorno. Accendo il riscaldamento.

 

Irisz Maar © maggio 2022

Revisione linguistica: Anna Cavallini 


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