2022. 04. 27.
Curriculum Vitae
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Curriculum Vitae

Curriculum Vitae

 

Il letto è così soffice e il caldo della stufa elettrica mi avvolge così dolcemente come se fosse un piumone di velluto. Gli occhi sono incollati, gli tengo aperti a malapena. Sto aspettando che la testa si svuoti dall’emicrania.

Comincio a bere il caffè a piccoli sorsi. Il dolore si ritrae sempre di più, minuto per minuto, vacilla, di scatto resuscita, si rianima; dondola. Vagabonda da un punto all’altro della testa poi torna alla sua sede. Graffia la tempia ritmicamente.

Infine, si trincia. Metto la tazza sul comodino, faccio riposare anche il caffè. Tiro su la coperta fino al mio naso.

Accendo la tivù. Il coronavirus si è mutato di nuovo. Siamo ancora incerti della capacità dei vaccini nel difenderci. Cambio canale. Il dottore Nowzaradan non sa se restringere lo stomaco di Cindy. Eh sì, questione piuttosto difficile. Clic. Don Matteo ce la farà? Clic. Grattugiamo le zucchine e buttia. Clic. Mr. Henderson chiami la signo. Clic. Febbre dell’o. Unio. Inte. Clic. Clic. Clic. I leoni, i quasar, Cicciolina.

Non ho voglia di andare in bagno. Oltre la stanza tutto è gelido. Si vede l’alito, solo che adesso non ridacchio come da bambina d’inverno. Tuttavia, ogni tanto scoppio a ridere la sera dopo la doccia mentre lavo i denti, vedendo la fuoriuscita rapida del vapore dal mio corpo come se fossi una spa. Vai! NCIS. I gialli mi staccano sempre. Prendo il caffè e di tanto in tanto ne sorseggio un po’. Sbevucchio con comodo. Lo finisco fra un oretta.

Adesso non ci sono più scuse, proprio è giunto il momento. Devo andare in bagno. Appena metto piede fuori dalla stanza, mi vengono i brividi.

Abbasso i pantaloni. Le mie cosce subito diventano blu. Lavo le mani velocemente. Non ho voglia di andare in città, eppure mi spoglio. Corro in stanza, piego per bene il pigiama e lo metto sotto il cuscino, mi precipito di nuovo nel bagno e mi metto il reggiseno, il vestito e le calze di ieri. Ho istaurato un sistema quasi-quasi ospedaliero contro il coronavirus. Non c’è passaggio fra la roba per uscire e quella per stare a casa. Mi trucco – cinque minuti.

Galoppo su per le scale! Stavo perdendo il treno per un pelo! Cerco un posto, ansimando. Tolgo il cappotto e comincio a leggere. Uno volò sul nido del cuculo. Ho trovato fra i libri di Lena.

Ogni tanto mi fermo fra le righe, rifletto, mi portano a dritta e a manca; osservo le persone.

Al bar ordino un caffè latte, nel frattempo mi collego al wifi. Mi intraprendo a scrivere delle lettere di presentazione: sbriciolo le frasi, parola per parola, le soppeso, pondero il loro effetto, la loro forza. Che penseranno di me? Durante il tirocinio mi sono occupata dell’archiviazione delle lettere del poeta Laszlo Safary… All’azienda Sweetguest ero in rapporto costante con i nostri clienti dall’estero… comunicazione interpersonale ed interculturale eccellenti… libroterapia, servizio clientela, Telecom, erasmus, Budapest, baby sitting, volontariato. Tintinnano vuoti o, appunto, come l’acciaio.

Cancello, riformulo, butto nel cestino delle frasi, dei paragrafi per poi rimpiangerli. Com’era? Come cavolo era? Ctrl+z, mi ha insegnato Lena. Grazie a Dio!

Provo a cercare su google tutte le gallerie in città. “Contattaci”. Vi contatto. Mando la stessa mail a tutte le gallerie, cambio solo l’invocazione. Tuttavia, nel curriculum adatto sempre l’ordine delle mie esperienze alle loro esigenze e nella lettera di presentazione taglio a misura il testo ogni singola volta, impuntendo il mio messaggio dopo una valutazione ponderata e premurosa. Invia.

Reception, check-inner, tata, donna delle pulizie, cameriere. Non so se faccio bene a candidarmi a qualsiasi tipo di lavoro. Lena mi diceva sempre angosciosamente che mi pregiudicheranno secondo il mio curriculum, quindi non mi dovrei improvvisare come cameriere o check-inner. Valentino, invece, sostiene che nessuno mi vorrà, se non avrò esperienza lavorativa.

Ricucio ogni volta con arte le lettere di presentazione, tutte le volte secondo le pretese presunte.

Mi fa mostruosamente caldo, mi brucio da dentro, come se prendesse fuoco il mio corpo, sto bollendo. Mi gira la testa.

Non arriva nessuna risposta, ormai da settimane. Né e-mail, né telefonate. Questo silenzio è uno specchio profondo. Non ci vedo nessuno dentro. Prendo l’affettato esselunga e un po’ di pane. Non va bene il mio curriculum? Manca qualcosa in me? Manca proprio quella cosa che serve, no? O sono troppo? Troppo qualificata ed è un problema anche questo?

Oppure sono un mostro cincischiato, scomposto. Ho paura a guardare nello specchio. Ho paura di chi trovo lì, di non trovarla. Busso a finestre che sono finestre solo da dentro, da fuori sono specchi. Da laddentro si vede bene chi sta aspettando qui fuori, io invece, posso scrutare a stento all’indentro, disobbedendo all’impossibile, tanto per me rimangono meri specchi.

Apro le e-mail sul cellulare – la mossa è un abitudine. Mi ha risposto una delle gallerie! Batte forte il cuore. L’agitazione palpita fino alla gola, nello stomaco le farfalle cominciano a ballare. Inizio a leggere. “Se vuole mandare la candidatura alla Galleria Bozzetto Contemporaneo, scriva a loro.” Scottata. Né benvenuta, né addio, solo la frase gettata, offesa. Ripasso la corrispondenza e vedo di aver dimenticato di ritagliare la vocazione, indirizzare a loro la mail, nel tentativo di raggiungere più gallerie possibili.

Mi ricaccio sotto le coperte.

 

Irisz Maar © aprile 2022


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